Storie di donne in ROSAeNERO: JEAN SEBERG

   JEAN SEBERG

Forse il suo vero volto era quello, intriso di dolore e di lacrime su cui spalma la crema per il viso nella scena finale di Bonjour Tristesse, il film di Otto Preminger dal romanzo della Sagan che la fece notare dal grande pubblico. “E così vado avanti, giorno per giorno, prigioniera dei miei ricordi. Cerco di dimenticare ma non ci riesco”, dice il suo personaggio in quel film. Forse anche lei, Jean Seberg, diafana silhouette che pareva ritagliata in un foglio di carta velina da un artista di strada a Montmartre, con i grandi occhi da cerbiatta, il taglio alla garςonne copiatole dalle ragazze dei primi anni Sessanta, non cercava altro che dimenticare per poter proseguire una vita che, oltre allo sfavillio del cinema, aveva avuto momenti troppo dolorosi.

Divenuta l’icona della Nouvelle Vague dopo il film di Godard Fino all’ultimo respiro al fianco di Jean Paul Belmondo, l’intensa Jean Seberg forse pagò a troppo caro prezzo il suo essere poco diva hollywoodiana e molto un’attivista dei diritti civili, specie quelli degli indiani d’America e delle persone di colore. Lei, dall’aria così francese, era un’americana dell’Iowa, arrivata a Parigi a diciott’anni e subito reclutata da Otto Preminger come protagonista del colossal Giovanna d’Arco, per la cui parte si erano presentate al provino 180mila aspiranti pulzelle d’Orleans. Il film fu un mezzo fiasco, ma la strada era aperta.

Una vita che avrebbe potuto avere tutte le sfumature del rosa, la sua, se non fosse stata resa cupa dai tormentati matrimoni, dalle persecuzioni del governo americano per il suo essersi schierata al fianco del movimento delle Black Panters, dalle conseguenti depressioni e da una catena di tentativi di suicidio. Fino al decimo, l’ultimo. Riuscito.

Avrebbero potuto portarle via l’anima, ma fecero di peggio, colpendo la creatura che portava nel ventre. Nella primavera del 1970 Jean aveva 32 anni ed era in attesa di una bambina dal suo terzo marito, mentre ne aveva già un altro di sette anni avuto dal suo secondo marito, lo scrittore Romain Gary. Per aver utilizzato la propria immagine a sostegno della causa degli afroamericani, l’attrice era finita nel mirino del Counter Intelligence Program, un programma di controspionaggio dell’FBI che aveva il compito di neutralizzare gli attivisti dei movimenti civili con tutti i mezzi possibili. Con la star venne utilizzata l’arma della calunnia e fu orchestrata una feroce campagna di stampa in cui si faceva intendere che il padre del bambino non fosse il suo legittimo consorte, ma uno dei leader delle Black Panters. La pressione mediatica e lo stress provocarono un parto prematuro e la piccola Nina, così era stata chiamata la bimba, morì tre giorni dopo la nascita. Impazzita dal dolore, Jean convocò la stampa e i fotografi per mostrare il corpo della neonata, perché tutti sapessero che aveva la carnagione rosea e non nera, che non c’era nessuno scandalo dietro al suo concepimento.

Ma ormai il danno era fatto. Jean tentò un primo suicidio e poi ci riprovò ogni anno, in corrispondenza della morte della piccola, fino al 30 agosto 1979. Fu facile archiviare il caso come suicidio poiché la protagonista l’aveva già tentato nove volte. Jean scomparve e fu ritrovata dopo molti giorni morta in una Renault parcheggiata alla periferia di Parigi, completamente nuda. Eccesso di barbiturici e alcol, si disse. Ad avvalorare la tesi del suicidio un biglietto ritrovato accanto al corpo: “Forgive me. I can no longer live with my nerves”, “Perdonatemi, non riesco a continuare a vivere con i miei nervi”.

Fu l’ex marito Romain Gary a rivelare, nel corso di una conferenza stampa, che Jean era stata vittima delle persecuzioni dell’FBI al punto da arrivare al suicidio. E poi aggiunse un particolare, apparentemente insignificante, ma che sembra suonare come una excusatio non petita: non c’era nessun collegamento tra la tragedia e il film che l’attrice era andata a vedere la sera prima di morire, era solo una pura casualità. Sì, perché Jean Seberg aveva trascorso la sua ultima sera in vita in un cinema di Parigi, dove proiettavano Clair de femme, film di Costa-Gavras tratto dall’omonimo romanzo di Romain Gary. Un romanzo dolente, che narra l’incontro accidentale di un uomo e una donna maturi (Yves Montand e Romy Schneider, anche lei una vita in rosa e nero di cui parleremo in un’altra occasione) in una strada parigina: sono due sconosciuti, ma riconoscono l’uno nell’altra un’identica ferita, un dolore insopportabile che li accomuna. Lui ha appena perso la moglie divorata dal cancro, lei la figlia in un incidente stradale causato dal marito che è rimasto totalmente invalido. La tentazione di essere ancora “noi” e non solo “io” li tiene insieme un giorno e una notte nel disperato tentativo di ritrovare ciò che si è perduto. Poi è lei, Lydia, che decide che non si può costruire una storia per lenire il dolore e si allontana da Michel (lo stesso nome del protagonista di Fino all’ultimo respiro) non escludendo che un giorno potranno rincontrarsi e forse amarsi, se liberi dai propri incubi.

Quel dramma amaro, che forse – ma non lo sapremo mai – raccontava anche qualcosa di loro, del naufragio del loro matrimonio – fu l’ultimo film visto da Jean, che era stata tanto importante per Gary. Per lei Romain aveva lasciato la prima moglie, la scrittrice Lasley Blanch, che definì così la rivale: “Una giovane eccitante ragazza molto carina, un po’ volgare e non intellettualmente all’altezza del nuovo marito”. Lui era un grandissimo scrittore, tormentato al punto da celare la propria identità sotto diversi pseudonimi (il suo romanzo più famoso, La vita davanti a sé, che vinse pure il premio Goncourt nel 1975, lo scrisse con il nome de plume di Emile Ajar e solo dopo la sua morte si scoprì che era suo), che decise a sua volta di togliersi la vita un anno dopo la morte dell’ex moglie, nel 1980, ossessionato dal declino fisico. Aveva 66 anni, 25 più di Jean. Gary si avvolse teatralmente in una vestaglia rossa e si sparò in bocca. Lasciò anche lui un biglietto: “Niente a che vedere con Jean Seberg”. Sembrerebbe un altro “atto mancato” freudiano.

Chissà se, come nell’incontro casuale di Clair de femme, anche nell’al di là c’è un destino che può far rincontrare un ebreo lituano, impenitente seduttore, e una donna con lo sguardo da gazzella pronta alla fuga sotto la frangetta bionda da Giovanna d’Arco.

 


L’autore SERENA BERSANI

Bolognese, giornalista professionista, ha lavorato per oltre vent’anni nella carta stampata e si è occupata a lungo di cronaca nera e giudiziaria, principalmente a “l’Unità” e a “L’Informazione – Il Domani di Bologna”. Per Newton Compton ha pubblicato “Bologna giallo e nera”. Esperta di linguistica, ha pubblicato per Il Mulino “Professione giornalista” e, con Giuseppe Pittàno, “L’italiano. Le tecniche del parlare e dello scrivere” (Sonzogno). Appassionata di storia locale e di storia delle donne, è autrice per Newton Compton di “101 Donne che hanno fatto grande Bologna”, “Il giro di Bologna in 501 luoghi” e di “Forse non tutti sanno che a Bologna…”. Da molti anni impegnata nell’attività sindacale, è presidente dell’Associazione Stampa Emilia-Romagna, www.aser.bo.it. Attenta alle tematiche di genere e al corretto uso del linguaggio nella professione giornalistica, è componente dell’associazione GiULiA (Giornaliste unite libere e autonome), http://giulia.globalist.it/.